Incontro con il Ministro dell’Interno

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COMUNICATO STAMPA

Giovedì, 21 gennaio 2016

22012016-IMG-20160121-WA0015Una delegazione della nostra Associazione, composta da Antonella Chiavalin (Responsabile della Sezione Locale Venezia-Padova-Treviso) e dal Sig. Alberto Gatti, è stata ricevuta dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Durante l’incontro è stato illustrato al Ministro il Programma del Controllo del Vicinato. Programma che promuove il coinvolgimento dei cittadini in un progetto di sicurezza partecipata che si sta diffondendo, città dopo città, su scala nazionale. Un’iniziativa che nasce dal basso che vede i residenti coinvolti in attività di sorveglianza informale del territorio, dall’interno delle loro abitazioni o proprietà, mettendo a disposizione delle Forze dell’Ordine i loro occhi e le loro orecchie contro furti in casa, truffe e degrado urbano.

“Crediamo che l’approccio collaborativo dei cittadini sulla sicurezza sia un messaggio da diffondere che può portare ad un migliorato rapporto tra residenti e Forze dell’Ordine, le uniche titolate all’uso della forza”, hanno ribadito Chiavalin e Gatti al Ministro Alfano. “Tutti possono mettere a disposizione delle Forze dell’Ordine la naturale conoscenza del loro specifico ambiente per intercettare e riportare situazioni critiche, contribuendo così a riconquistare la serenità di vivere nelle nostre città”.

“È stato un colloquio molto cordiale e al Ministro abbiamo regalato il libro L’occasione fa bene ladro di Francesco Caccetta, criminologo nonché Vicepresidente dell’Associazione Controllo del Vicinato”. Oltre al Programma, è stata consegnata al Ministro altra documentazione per permettergli di approfondire la conoscenza del progetto e valutarne le peculiarità.

Il Ministro Alfano si è dimostrato disponibile ad approfondire la conoscenza del progetto e ci ha elogiato per il lavoro svolto finora dall’Associazione.”

 

Massimo Iaretti – Ufficio Stampa ACdV

Basta lamentarsi!

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c5949b98a954ba20a6a6d17790280cde_LChe le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare (Giovanni Falcone)

Inizio questa riflessione ad alta voce, con la celebre frase di Giovanni Falcone, una delle figure di riferimento più importanti della mia vita alla quale spesso mi sono ispirato per affrontare situazioni e dilemmi professionali ma anche solo per guardare in faccia la realtà della questione sicurezza nei territori italiani.

Il recente ritorno del terrorismo ha contribuito a innalzare il livello di insicurezza percepita nelle nostre città e di conseguenza ogni problema legato al rischio, inteso come la possibilità di conseguenze dannose o negative a seguito di circostanze non sempre prevedibili, torna ad assumere la veste di carattere peculiare della nostra società attuale. La società contemporanea appare sempre più dominata dal rischio, eppure non sembra più pericolosa dei periodi storici precedenti. Se si guarda alla durata media della vita, alle malattie, la fame, violenze private e guerre, dovremmo addirittura considerarla la più sicura degli ultimi secoli. Tuttavia, la nostra preoccupazione per il rischio è fortemente cresciuta nel corso degli ultimi decenni. Tra i vari ambiti di intervento, dell’analisi criminologica, quello delle problematiche relative alla sicurezza urbana riveste quindi particolare importanza. Una cosa fondamentale, alla quale bisogna sempre guardare quando si affrontano problemi di sicurezza, è quella di non perdere mai di vista l’obiettivo finale e cioè “creare quelle condizioni affinché non si verifichino eventi dannosi per le persone e per le cose, o almeno cercare di limitare i danni quando l’evento è accaduto[1].

Altra cosa che merita attenzione e che in questo periodo potrebbe tornare di moda, è quella di evitare di incappare nell’errore di valutare la gravità di un problema di sicurezza tenendo conto dell’allarme sociale che sta suscitando al momento poiché non è vero che il senso di paura che provano i cittadini, in realtà accresce la pericolosità del problema stesso.

E’ sempre uno sbaglio valutare il rischio sulla scia dell’emotività poiché il senso di sicurezza soggettivo non coincide quasi mai con il senso di sicurezza oggettivo. Chiunque si occupi di Sicurezza, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di scindere le esigenze di quest’ultima dalla visibilità politica. Dico questo, perché, spesso i cittadini non hanno strumenti idonei a valutare oggettivamente e con cultura adeguata, i problemi legati al rischio e di solito utilizzano sempre gli stessi modi per affrontare le emergenze quali: proteste per chiedere maggiore presenza di forze dell’ordine nel territorio, raccolte di firme per aprire nuovi distretti di polizia o Carabinieri a volte anche ricorrendo a manifestazioni in strada o davanti a Prefetture. Queste forme di protesta, purtroppo, spesso trovano politici e/o amministratori che tendono ad assecondarle per mera paura di impopolarità, pur essendo consapevoli dell’inutilità della cosa e, a mio avviso, facendo perdere tempo prezioso ai cittadini.

E’ ormai opinione condivisa che la sola repressione, il controllo e la giustizia penale non producono sicurezza, per una serie di motivi noti e meno noti dei quali non giova discutere per non cadere nell’errore appena spiegato. Un’attività di prevenzione efficace, deve coinvolgere tutti i soggetti attivi di una società, pubblici e privati i quali, uniti, possono creare quelle condizioni ambientali utili a dare un senso di fiducia ai cittadini. Questo può avvenire soltanto previa valutazione dei rischi esistenti e di quelli presumibili, per poi scegliere le strategie migliori per eliminarli o prevenirli. A questo punto torna ad avere un senso, la frase di Giovanni Falcone, poiché è in questa fase che i cittadini esprimono le loro personalità.

Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare…”

Il prezzo da pagare, in questo momento, è quello di cambiare filosofia di vita e ritornare a quella del passato, che ci appartiene per imprinting italiano. Tornare alla vita di cortile, alla comunanza, al sentirsi parte integrante della società in cui viviamo. Tornare a pensare come mio quartiere, mia zona, che comprende tutti quelli che vi abitano e che ogni giorno s’incontrano per strada e magari non si guardano in faccia. Le indifferenze e l’individualismo sono i peggiori nemici da combattere, poiché laddove c’è individualismo c’è l’isolamento ed essere soli comporta il rischio di diventare più facilmente vittime o prede e tutto questo aumenta la paura. Non sempre la Fear of crime ha un’accezione negativa; Ervin Goffman, faceva notare che la paura del crimine è insita nella vita quotidiana e in ogni caso, questo timore, contribuisce a ridurre il rischio fungendo da auto protezione. La paura del crimine diminuisce notevolmente quando il controllo informale dei territori è più forte. Per controllo informale si intende quello esercitato dalle famiglie, la scuola, l’associazionismo e i cittadini in genere, mentre il controllo formale è quello esercitato dalle forze dell’ordine, dalla magistratura e da altri organi pubblici che si occupano di repressione e prevenzione del crimine in maniera assidua e finalizzata. E’ proprio il livello di controllo informale che permette di distinguere un quartiere sano da un quartiere malato. Nei quartieri sani, tutti si conoscono e condividono sia i valori sia le credenze e si sentono responsabili del livello di qualità della vita nel quartiere. Dove esistono saldi legami sociali, la percezione di insicurezza è sempre minore[2]. Molti autori sono concordi[3] e utilizzano il concetto di efficacia collettiva (collective efficacy), definita come “la coesione sociale di un quartiere combinata con la volontà degli abitanti di partecipare ad azioni orientate a un fine comune”, per interpretare la diversa diffusione della violenza nei quartieri. L’efficacia collettiva è stata misurata attraverso una scala di controllo sociale e una scala di coesione sociale e di fiducia. Gli scrittori dimostrano che una comunità civica attenta può realizzare un migliore e più efficace controllo informale, che si è dimostrato capace di ridurre la violenza e in generale il numero dei reati. Il prezzo da pagare, come Falcone suggerisce, è solo quello di rimettersi in gioco e riappropriarsi dei propri territori, sviluppando il senso di appartenenza e di orgoglio campanilistico, proiettando, tutti insieme, la parte sana di questi sentimenti nel controllo informale. Dice ancora Giovanni Falcone: “…ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”

Questa è la triste realtà dei fatti. Sentiamo spesso cittadini lamentarsi sui social network o attraverso qualsiasi strumento mediatico. Si chiede sicurezza, maggiore impegno delle forze dell’ordine (come se già non facessero molto), più interventi delle amministrazioni pubbliche, più rigore nelle condanne dei giudici, pene più severe per chi delinque ecc. Tutte cose sacrosante e legittime, tutti vorremmo avere un sistema giudiziario perfetto e nessun delinquente in circolazione, ma la realtà dei fatti non è così e non lo è da nessuna parte, tranne in alcune nazioni dove vigono regimi che in cambio di sicurezza chiedono enormi privazioni di libertà personali. E’ lecito chiedere maggiore impegno alle autorità, ma il solo lamentarsi non porta a niente, mentre è altrettanto giusto riflettere su quello che il cittadino può fare per concorrere con le forze dell’ordine e con le amministrazioni a rendere più sicure le strade e i quartieri e cioè ricordarsi di essere prima di tutto consociati e non semplici utenti. La sicurezza non è qualcosa che ci può essere data da qualcuno, va partecipata, creata insieme nel circolo virtuoso tra cittadini, forze dell’ordine e Amministrazioni. In questo momento, in molti comuni d’Italia, è richiesto a gran voce da alcune amministrazioni comunali o da gruppi di cittadini, l’attuazione del progetto del Controllo del vicinato che consiste proprio nel ricreare quella rete sociale tra i cittadini, prodromica di una maggiore implementazione del controllo informale. Recuperare la collective efficacy, imparare a offrire meno pungoli ai delinquenti eliminando le proprie vulnerabilità e rendendo meno appetibili le nostre case e i nostri beni in genere, dialogare in maniera costruttiva ed efficace con le forze dell’ordine (imparando a fare segnalazioni qualificate) sono gli obiettivi del progetto del Controllo del Vicinato (www.controllodelvicinato.it). L’abitudine di lamentarsi, da parte di alcuni italiani, si manifesta anche nel disfattismo da social network. Capita spesso, soprattutto dove la “stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”, di leggere attacchi nei confronti dei promotori del progetto del CDV, con battute sarcastiche o profezie del giorno dopo, del tipo: “ma dove sta il controllo del vicinato visto che continuano i furti?”, “finora solo chiacchiere, a quando i fatti?”, come se il controllo del vicinato sia la panacea di tutti i reati e che solo averlo nominato sui giornali garantisca l’immunità dei furti in una zona, senza che nessuno degli abitanti (o un numero esiguo) si sia scomodato per metterlo in pratica.

Il controllo del vicinato non è un sostituto degli antifurto. È una filosofia di vita che cambia radicalmente il modo di pensare e di agire dei cittadini che abitano in una precisa zona, sia essa un palazzo o un condominio, una serie di vie, un quartiere o addirittura un paese. Funziona (com’è facilmente verificabile facendo un giro su internet) solo se i cittadini lo fanno funzionare altrimenti, è solo un bel progetto che resta fermo lì. Comprendo la rabbia e lo sfogo di chi vive in certe zone, dove si sono formalmente costituiti gruppi di CDV e continuano ad avvenire i reati, ma bisogna capire che se non ci rimbocchiamo le maniche e decidiamo davvero di cambiare modo di pensare e di agire non c’è scampo e saremo sempre potenziali vittime di furti e truffe.

Non serve litigare tra di noi o accusare il promotore del programma di Controllo del vicinato nella nostra zona se il progetto non funziona. Bisogna fare un’analisi di quello che si è fatto finora e capire cosa non fila e provvedere subito a mettersi in gioco. Interi quartieri di Roma, piccoli paesi umbri, grandi realtà milanesi ecc. stanno sperimentando il controllo del vicinato ed è stato riscontrato che, laddove la gente ha compreso e si è impegnata ad aderire al progetto (senza farsi ingannare da progetti copia emanati da alcune Autorità e che restano solo proclami politici) il programma funziona ed ha portato ad una importante riduzione dei furti. Lo stesso Prefetto Gabrielli, in diverse occasioni pubbliche, ha incitato i cittadini romani ad aderire al progetto del CDV ritenendolo un validissimo strumento contro i delinquenti, affermando il ruolo centrale delle forze dell’ordine nel contrasto ai reati ma definendo indispensabile il contributo dei cittadini. Chiudendo questa lunga riflessione, esorto tutti a rileggere la frase di Giovanni Falcone facendo un esame di coscienza. Resta il fatto che ognuno, in pieno libertà, sceglie il proprio ruolo nella società. C’è chi continua a lamentarsi e scaricare le colpe (su chi forse le ha) e c’è chi invece tenta di aiutare gli altri con proposte e progetti che possono essere sempre confutati ma con altre proposte e non con semplici opinioni da bar. Chi si mette in gioco merita sempre un plauso e se sbaglia, ci mette la faccia. Chi preferisce solo lamentarsi va altrettanto rispettato perché almeno mette alla berlina i propri limiti. E allora bisognerebbe mettere da parte le antipatie personali e la rabbia e cercare di approfondire il progetto del Controllo del Vicinato cercando di aderire non con la firma sul foglio ma con la mente e con il cuore, perché solo uniti si vince e per essere uniti bisogna mettere da parte tutto ciò che divide.

Dott. Francesco Caccetta – Vicepresidente ACDV © RIPRODUZIONE RISERVATA

 


[1] BALLONI A., BISI R., Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza, Franco Angeli, Milano, 1996;

[2] Rosenbaum D.P. e Heath L., The psycho-logic of fear-reduction and crime-prevention programs, Plenum Press, New York, 1990

[3] Sampson R.J, Raudenbush S.W e Earls F., Neighborhood and violent crime: a multilevel study of collective efficacy, Science, 277, 918, 1997

Articolo apparso sulla rivista online Convincere, col titolo originale di “Abbasso il Controllo del Vicinato (a prescindere)”

 

Emergenza terrorismo

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Emergenza terrorismo e piano sicurezza di Roma e delle grandi città europee

Emergenza terrorismo e dotazioni delle forze di polizia

L’emergenza terrorismo islamico sta mettendo a dura prova il comparto sicurezza nelle grandi aree metropolitane europee e in special modo su Roma dove le celebrazioni per l’Anno Santo stanno richiamando un numero elevatissimo di pellegrini e turisti. La necessità di controllare un numero enorme di obiettivi potenzialmente a rischio implica un grande dispiegamento di uomini e mezzi che in questa fase storica di ridottissime risorse economiche e di tagli già avvenuti nelle risorse destinate alla sicurezza, sta evidenziando delle notevoli criticità. Le dotazioni di automezzi, armi, giubbotti antiproiettile, radio e tutto ciò che è necessario alla Polizia di Stato come supporto all’attività operativa, appaiono relativamente idonee al contrasto della criminalità ma decisamente inadeguate ad opporsi a questa nuova e imprevedibile minaccia del terrorismo islamico fatta di raid improvvisi e di un impressionante volume di fuoco concentrato sulla popolazione inerme. I giubbotti antiproiettile, ad esempio, non sono a sufficienza per tutto il personale operante, sono in gran parte in fase di scadenza e, oltretutto, male si adattano a fermare l’impatto tremendo di un colpo di kalashnikov essendo stati pensati per un contrasto alla criminalità comune e organizzata che solitamente impiega armi corte o fucili a pallettoni. L’armamento in dotazione ai poliziotti in caso di conflitto a fuoco potrebbe inoltre essere poco efficace contro un terrorista che potrebbe indossare un giubbotto antiproiettile militare dell’ultima generazione.

Nuove strategie dei terroristi e contrasto operativo

I fanatici dell’ISIS sono soggetti che si muovono nelle capitali europee con tecniche militari, con armamento militare e soprattutto rendendo vane le deterrenze primarie nei confronti dei criminali messe in campo dalla civiltà occidentale (la paura del carcere e la paura di essere feriti o uccisi in uno scontro a fuoco con la Polizia). Le nazioni storicamente obiettivo del terrorismo islamico come Israele e per certi versi la Russia, hanno infatti dovuto rivoluzionare da almeno vent’anni le strategie di contrasto operativo “sul campo” per riuscire a bloccare persone che non temono di essere ferite o uccise e che non temono di finire in carcere. Un criminale occidentale quando capisce che non ha scampo e tutto è perduto normalmente si arrende, più di rado si uccide. Un fanatico dell’ISIS viceversa si fa sovente esplodere provocando spesso più danni di quelli arrecati durante l’azione a fuoco iniziale prima dell’intervento della Polizia. Appare evidente che gli operatori di Polizia, che devono affrontare in occidente questa minaccia, devono per forza di cose essere sottoposti a un addestramento mirato con degli standard tattici di livello più elevato rispetto al passato. Le operazioni di contrasto a un ipotetico commando terroristico si configurano ora come un vero e proprio combattimento in area urbana, ben più cruento di un “normale” conflitto a fuoco con dei banditi.

Terrorismo islamico: quali obiettivi possibili nelle nostre città?

Sul fatto che secondo le “warning intelligence” statunitensi soprattutto i luoghi simbolo e con alta concentrazione di persone (come il Colosseo o Piazza San Pietro a Roma) possano costituire un plausibile obiettivo per attacchi, si manifestano dei dubbi. L’esperienza reale appena vissuta (francese, africana e inglese) ha evidenziato operazioni terroristiche concentrate su luoghi d’ordinaria frequentazione” da parte della gente, come bar, ristoranti, alberghi, metropolitana ecc.. Target che in una città come Roma, come Londra o come Parigi sono praticamente infiniti. Ed è proprio la difficoltà di delimitare i possibili target a rendere lacunoso a nostro avviso un piano di sicurezza con un alto numero di operatori (poliziotti e militari) concentrati staticamente sui luoghi “simbolo” a discapito di tanti possibili obiettivi minori ma intensamente frequentati dalla gente comune.

Un approccio moderno e dinamico alla sicurezza urbana

Ragionevolmente dei potenziali terroristi dovrebbero viceversa essere intercettati – attraverso un’azione di contrasto dinamico – nel tragitto tra la loro base di partenza e il punto scelto per colpire, distribuendo le forze disponibili su un’area metropolitana più vasta. Soprattutto il controllo a bordo dei mezzi pubblici potrebbe consentire di intercettare qualche soggetto potenzialmente pericoloso, così come pattuglie a piedi per le strade (anche periferiche), una ragnatela di posti di blocco e la presenza di operatori nei centri commerciali potrebbero rappresentare un efficace filtro oltre che un deterrente. Ma soprattutto in quest’azione di controllo dovrebbero essere impiegate anche forze di polizia attualmente impiegate su compiti amministrativi e impiegatizi ridondanti (che potrebbero essere affidati a impiegati civili), su scorte inutili e su tutte le posizioni “non operative” che attualmente i poliziotti svolgono. D’altra parte il controllo antiterrorismo “totale” in una città come Roma, del genere di quello per intenderci attuato a Bruxelles negli ultimi giorni, vorrebbe dire portare al collasso la rete di trasporti pubblici il cui funzionamento si basa su un flusso continuo (e senza ostacoli) di centinaia di migliaia di persone ogni ora. D’altro canto anche limitare le abitudini consolidate delle persone (come uscire la sera, andare al cinema e allo stadio, andare nei ristoranti, portare i figli a scuola ecc.) rappresenta un’impresa di difficile realizzazione e tutto sommato rappresenta quello che in definitiva i terroristi vogliono.

Terroristi e camuffamento sociale

Il problema principale nella prevenzione e nella repressione del terrorismo di matrice islamica nello scenario europeo è costituito a nostro avviso dal “social camouflage” dei suoi membri all’interno della comunità islamica in primis ma genericamente nel movimento all’interno dello spazio metropolitano. L’integrazione, se pur superficiale, di molti affiliati all’ISIS nati in Europa o giunti in giovanissima età, consente infatti loro di muoversi senza essere notati nelle aree urbane occidentali, vestiti come occidentali e soprattutto con processi di pensiero occidentali. Per la polizia è quindi estremamente difficoltoso, se non quasi impossibile, individuarli pro-attivamente tra le centinaia di persone con tratti nordafricani e mediorientali, immigrati per bene che affollano i mezzi pubblici, le strade, le strutture commerciali delle città europee, piccole e grandi, divenute inevitabilmente multietniche.

Vincere la paura per non darla vinta a terrorismo

La società civile deve far fronte, indipendentemente da una condizione di rischio concreto, anche alle evidenti ripercussioni di tipo psicologico. Le esigenze adattive in un tale contesto potrebbero indurre le persone sia a comportamenti razzisti che a condotte di evitamento fuggendo dalla socialità. Su queste basi l’ONSU (Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza Urbana), in collaborazione con il Centro Studi per la Legalità la Sicurezza e la Giustizia e con l’Associazione Controllo del Vicinato, propone una serie di incontri di formazione e sensibilizzazione diretti ai cittadini nel corso dei quali proporre strategie di condivisione (anche con esponenti della comunità islamica), di gestione dello stress e della paura collegate alla minaccia terroristica. Questa iniziativa che corre di pari passo ad un attento studio delle strategie messe in campo per il contrasto “militare” al terrorismo di matrice islamica, costituisce a nostro avviso una risposta concreta a coloro che vorrebbero stravolgere, attraverso l’inoculazione strategica della paura, la millenaria serena convivenza, lo spirito di accoglienza, la socialità e la cultura dei popoli europei.

Prof. Marco Strano – Presidente ONSU © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giustizia ed umanità. Lo spettacolo non ci interessa.

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rivoltella-con-il-nodo-49970841 Trattare quanto è accaduto a Vaprio d’Adda (il fatto è noto a tutti, forse anche troppo noto e carico di inutili connotazioni) non è agevole.

Non è agevole, in particolare, occuparsi di un caso che riguarda indubbiamente il nostro ambito di interesse (cioè la sicurezza), ma che deve essere sviluppato sulla base di un angolo visuale caratterizzato da:

  • neutralità;
  • razionalità;
  • umanità.

Abdicare alle coordinate sopraindicate significa rinunciare agli strumenti di indagine che soli possono permettere di pervenire a risultati accettabili, che siano in grado di porsi in linea con la nostra civiltà; che, ricordiamolo sempre, è anche costruita sulla base di giudizi che si formano a seguito di una ricerca non orientata, di una ricerca che sia in grado di raccogliere tutti gli elementi emersi, e che possa sfociare in un dibattito non emotivo e sempre rispettoso di tutti i punti di vista.

Questa premessa è assolutamente necessaria, prescindere dalla stessa significa soltanto aderire alla becera sguaiataggine di notizie che ci hanno propinato in questi giorni i mezzi di comunicazione, ed alle opinioni di individui senza scrupoli, senza etica e privi del senso del bene comune – spesso grotteschi teatranti televisivi. Opinioni di coloro che la letteratura sociologica, già da anni, descrive come “imprenditori della paura” e suscitatori del famoso “panico morale”.

Chi non condivide questa premessa – e su questo voglio essere categorico ed intransigente – può pure omettere la lettura delle modeste e dimesse riflessioni che andrò a proporre.

Per fare un ordine e per fornire una chiarezza metodologica, il caso può essere riguardato in relazione a tre approcci:

  1. quello dei fatti come accaduti;
  2. quello della normativa legale sottesa ai fatti;
  3. quello della reazione sociale suscitata.

Quanto al punto 1.

I mezzi di comunicazione di ogni orientamento politico, con flusso incessante, hanno fornito agli utenti notizie relative alla ricostruzione dei fatti.

Con una competenza Criminalistica (e non criminologica) che non possiedono, i giornalisti ed i commentatori hanno spesso preteso, di volta in volta, di spiegare la dinamica dei fatti, le condotte dei protagonisti, le loro posizioni geografiche e le loro reciproche interazioni. Ma non solo, costoro, sulla base delle descrizioni eseguite, hanno millantato competenza ed anticipato giudizi circa l’applicabilità o meno della causa di non punibilità prevista dall’art. 52 del Codice Penale (Difesa Legittima).

Va detto con forza – e su questo non mi stancherò mai di ripeterlo – che l’interpretazione della Scena del Crimine e la formulazione di conclusioni è compito esclusivo della Polizia Giudiziaria e dei consulenti nominati. Ma non solo: che questa operazione è svolta all’interno delle Indagini Preliminari, che rappresentano una fase del Procedimento Penale caratterizzata (per chi ancora non lo sapesse) da una particolare riservatezza posta a tutela dell’Indagato e a presidio della genuinità della formazione delle Fonti di Prova.

Pertanto ogni illazione, ogni formulazione di ipotesi, al di fuori del recinto delle indagini preliminari e al di fuori delle precise competenze scientifiche, rappresenta un atto di grave disonestà e scorrettezza che si ripercuote (anche in modo negativo) sulla pelle dell’indagato.

Ribadisco quindi che le Indagini Preliminari non si svolgono nei talk show televisivi, nei comizi politici (più o meno irosi) e neppure si svolgono nell’ambito del parlare quotidiano.

Quanto al punto 2.

Si è notato il prepotente riaffacciamento sulla scena giuridica e sociale della delicata questione della legittima difesa – specialmente applicata ai casi di reazioni armate dei privati nei confronti di situazioni di pericolo. La norma che prevede una tale fattispecie, l’art. 52 del Codice Penale, ha subito una riforma (anno 2006) che, al di là della sua specificità, mantiene la disposizione ancora strettamente ancorata al concetto di necessaria Proporzionalità tra Difesa e Offesa e di Situazione di Eccezionalità.

Far passare e consolidare l’idea che la risposta difensiva, armata o violenta da parte del privato, non sia l’esito di uno stato di eccezione ma possa diventare una prassi accettabile e corrente, rappresenta una operazione di bassa ed ignorante politica.

Il rinforzo della legittima difesa, formalmente portato dalla riforma del 2006, al di là delle sue concrete applicazioni giudiziarie non deve legittimare un clima sociale esaltato, impaurito e incattivito che può condurre all’idea che l’utilizzo delle armi costituisca sistema normalmente attuabile. In verità l’art. 52 del Codice Penale (al di là delle interpretazioni ingenue o in malafede) rappresenta una causa di non punibilità in una condizione di necessità cogente che sottrae all’autore la libertà di autodeterminazione. E non certo una modalità di reazione evitabile in situazioni nelle quali il pericolo non è concreto e non attinge a beni rilevanti, oppure quando siano attuabili condotte alternative.

Quanto al punto 3.

L’evento ha suscitato una reazione sociale rilevante, spesso caratterizzata da toni anche volgari e scomposti (che dimostrano la fragilità e l’incompetenza di coloro che li hanno espressi). Ha dato oltretutto la stura a opinioni, espresse da coloro che non hanno alcuna competenza in materia giuridica, giudiziaria e criminalistica e caratterizzate da mera impulsività.

La mia reazione personale – che propongo e non impongo – è la seguente:

  • un silenzio dignitoso, virile ed umano di fronte ad un uomo che, nonostante stesse per compiere un reato, ha pur sempre perso la vita in modo violento;
  • una comprensione e vicinanza umana per il protagonista del fatto. Egli è un uomo impaurito, braccato, strumentalizzato da giornalisti senza scrupoli e da politici in cerca di consenso. Il signor Francesco Sicignano ora è indagato; ed all’indagato ed all’imputato vanno riconosciuti il massimo rispetto e protezione, non solo giuridica, ma anche sociale. Sicignano non è un eroe, non è un modello da proporre: è un essere umano come noi, che si accinge ad imboccare un percorso giudiziario faticoso, dispendioso e doloroso;
  • una riflessione volta a comprendere come la nostra sicurezza non dipende dalle armi, non dipende da una “chiamata alle armi”, non dipende dalla istaurazione di un clima esaltato, barbaro ed incattivito. Ma passa attraverso il dialogo, la partecipazione, l’attenzione, la cura dei luoghi e delle persone, il reciproco riconoscimento come esseri umani. La chiusura, la contrapposizione, l’inasprimento del rancore e del sospetto portano solo alla rottura della trama sociale ed all’isolamento che rappresenta la vera fonte della vera insicurezza.

Solo la serietà, la civiltà e l’umanità potranno restituirci il necessario senso di sicurezza.

Avv. Mauro Bardi – Comitato Scientifico ACdV © RIPRODUZIONE RISERVATA

Scambio di esperienze e conoscenze

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FIRMATO UN PROTOCOLLO D’INTESA CON AIPS

Stretta di mano tra i due Presidenti dopo la firma del Protocollo d’intesa: Gianfrancesco Caccia (ACdV) e Aldo Coronati (AIPS)

In coda alla Seconda Conferenza Europea dell’EUNWA (European Neighbourhood Watch Association), che si è svolta a Castel Ritaldi il 23-24 ottobre scorso, la nostra Associazione ha sottoscritto un importante Protocollo d’intesa con l’AIPS (Associazione Installatori Professionali Sicurezza) della durata di cinque anni.

L’AIPS è un’associazione apartitica, senza fini di lucro, i cui soci sono aziende che si occupano prevalentemente d’installazione e manutenzione di apparecchiature e sistemi di sicurezza. Collabora con le Istituzioni e le associazioni private con lo scopo di fornire ai consumatori le migliori risposte progettuali, economiche, installative e di assistenza tecnica relative alla sicurezza. Abbiamo deciso di sottoscrivere un Protocollo d’intesa poiché con AIPS ci accomuna la missione di diffondere tra i cittadini la cultura della sicurezza e della prevenzione.

Il Protocollo non ha una valenza commerciale, anche se non ne esclude la possibilità in futuro con la sottoscrizione di specifici accordi, e non limita le parti nel perseguimento delle proprie finalità istituzionali. Lascia, inoltre, facoltà alle parti di firmare altri protocolli d’intesa, aventi lo stesso scopo, con altri soggetti.

Con la firma di questo protocollo AIPS mette a disposizione della nostra Associazione la professionalità e la competenza dei suoi iscritti. La collaborazione tra le parti si articolerà in due modi: 1) gli esperti AIPS collaboreranno con ACdV per rispondere ai quesiti delle famiglie che applicano il Protocollo del Controllo del Vicinato, tramite la nostra pagina web “Gli esperti”; 2) AIPS metterà a disposizione dei nostri Referenti di Zona (soci-volontari) la professionalità dei suoi soci che potranno essere invitati alle nostre assemblee pubbliche, a cui parteciperanno come “tecnici esperti”, per approfondire tematiche per le quali i nostri Referenti di Zona non hanno sufficiente competenza tecnica.

Non ultimo, gli iscritti alla nostra Associazione potranno beneficiare di uno sconto speciale nel caso in cui si rivolgessero a un’azienda associata AIPS per l’installazione di apparati di sicurezza.

La firma di questo Protocollo è in linea con la strategia della nostra Associazione per individuare sul mercato le eccellenze tecniche in materia di sicurezza e di metterle a disposizione delle famiglie che partecipano alla sicurezza e al benessere delle proprie comunità.

Leonardo Campanale – Vicepresidente ACdV © RIPRODUZIONE RISERVATA